Sulle tracce della tradizione contemplativa


Tra i tanti incontri che hanno sollecitato il nostro interesse, nel corso della Seconda Conferenza Internazione sulla mindfulness (ICM2, 2016 Rome), c’è sicuramente il seminario del Venerabile Bhikkhu Analayo, autore di numerosi testi sull’antica tradizione buddhista del Satipatthana Sutta che nel suo intervento: "What is Mindfulness? An Early Buddhist Perspective", tratta le radici buddhiste della mindfulness. Nei suoi scritti (numerosissimi ed estremamente divulgativi) lavora sempre per: “offrire materiale utile a chi si accosta al buddhismo come sistema di sviluppo mentale, con una rilevanza pratica, senza sacrificare il rigore accademico”, quindi per tutti noi di estremo interesse proprio per le sue implicazioni profonde con la mindfulness e appunto l’evoluzione della mente. Nel corso della sua esposizione pone, tra le altre cose, l’accento sulla relazione tra consapevolezza e memoria ed indica come la mindfulness non si possa equiparare alla memoria, ma che sicuramente uno stato di consapevolezza allenata può favorire la memoria: “è più facile ricordare quello che facciamo quando siamo in consapevolezza, piuttosto che quando siamo distratti o lontani… Con la consapevolezza saprò quello che sto facendo, non devo cercare conferme, se l’ho fatto veramente". Inoltre: ”la consapevolezza aiuta a ricordare quando incameriamo le informazioni e anche quando cerchiamo di avere accesso a queste informazioni: in una mente aperta, rilassata, l’informazione emergerà spontaneamente, senza sforzo”. Questo, possiamo commentare brevemente, ci sembra avere a che fare con quello che gli studiosi chiamano “tacita conoscenza” che rappresenta quel vasto patrimonio di risorse, di esperienza, di informazioni, un tipo cioè di conoscenza personale e specifica del contesto, di cui si può non essere coscienti. Spesso questa forma di conoscenza viene equiparata all’intuizione. L’intuire quindi, in generale, viene inteso come un processo non cosciente che permette di accedere senza sforzo cognitivo a grandi risorse interne costituite da dati, informazioni, modelli di cui si è avuto esperienza e che sono state immagazzinate nella memoria a lungo termine. Il processo intuitivo fornisce loro forma, contenuto e significato e la possibilità di emersione alla coscienza anche tramite l’interazione con gli stimoli esterni. La consapevolezza favorisce tutto questo.

Continua il Venerabile Analayo: “Consapevolezza è sapere esattamente quello che ci accade nel momento presente, secondo gli insegnamenti del Satipatthana. Quando sono in piedi non devo ricordare quello che accadeva prima, di aver camminato: in questo momento sono in piedi e sono consapevole di questo fatto”. La consapevolezza del corpo aiuta ad essere nel momento presente, a stabilire una continuità, intesa come capacità propriocettiva, perché in essa non è presente la reattività, ovvero la tendenza della mente a permanere nel piacevole e ad evitare lo spiacevole. Il corpo inteso come ancoraggio, contenimento e riposo, lo si ritrova nei testi antichi buddhisti, ci spiega Analayo. La consapevolezza corporea comprende tutto ciò che sentiamo anche intorno a noi, quindi, secondo la tradizione, non è intesa come focus esclusivo ed escludente di tutto il resto, bensì ha una funzione amplificatrice. Una continuità dell’attenzione al corpo che, secondo un’efficace espressione, ci deriva dall’”appoggiare la mente sul corpo” e che si può alimentare facendo qualsiasi attività o quando interagiamo con altri. Quando mente e corpo sono uniti in un profondo assorbimento meditativo, si può fare esperienza della vera felicità.

Alle parole del Venerabile Analayo, aggiungiamo un’ulteriore nota. Nella tradizione buddhista, la parola vipassana significa “visione profonda” e fa riferimento a una forma di conoscenza non mediata dal linguaggio o dal pensiero discorsivo, una “visione in profondità” che genera insight, forme di comprensioni intuitive e non concettuali. Achaan Sumedho la distingue nettamente da una conoscenza concettuale ritenendola “inclusiva” e la descrive come un continuum. È una forma di conoscenza, come ribadisce Sumedho: ”… in cui si lascia che l’esperienza sia presente, così com’è, … sviluppando una forma di intelligenza intuitiva in cui l’essere svegli è qualcosa di vasto, illimitato, senza confini …, la mente si ferma e si resta svegli, recettivi …”.

Maestro del “lavorare con la mente” il Venerabile Analayo, testimonia ancora l’importanza di percorrere strade diverse dall’imperante moderno multitasking e la necessità di scegliere invece momenti di concentrazione e di dedizione a un'attività, oppure dell’importanza di sviluppare una consapevole attenzione e un riconoscimento del nostro stato mentale di base, proprio per individuare le emozioni che guidano le nostre azioni e le attività condizionate della mente che possono appunto influenzare negativamente i nostri comportamenti.

Ringraziamo il Venerabile Analayo per questo ed altri insegnamenti che ci provengono dalla lettura attenta degli antichi testi buddhisti riportandoci alle radici della tradizione contemplativa della mindfulness per come la conosciamo oggi nel mondo occidentale.

Riferimenti bibliografici:

Bhikkhu Analayo, Dall'attaccamento al vuoto. Escursioni nel pensiero buddhista antico, Lulu, Raleigh, NC, USA, 2012

Michael Polanyi, The tacit dimension, 1966 trad. it. La conoscenza inespressa, Armando Editore, Roma, 1979.

Achaan Sumedho, in “Consapevolezza intuitiva”, Ubaldini Roma, 2005

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