Lo stress e il suo impatto sul corpo. Come la Mindfulness può aiutarci a gestirlo


Appunti da: 2nd International Conference on Mindfulness. 2016 Rome

Scegliamo di pubblicare un estratto dell’ intervento della dott.ssa Concetta Gardi, attualmente Professore di Immunologia dell’Università’ di Siena che negli ultimi anni, tra l’altro, si occupa della valutazione dei programmi MBSR nella plasticità del cervello e nelle patologie da stress. Nel suo intervento inserito nel simposio: “Mindfulness e societa’, aperto al pubblico, dal titolo: “ From stress to disease. The role of mindfulness” offre una sintesi quanto mai efficace e corrispondente agli attuali orientamenti scientifici sul tema della Biologia delle malattie collegate allo stress e spiega come la mindfulness possa aiutarci a rispondere in modo diverso e più consapevole.

Temi per noi di IntelligenzaIntuitiva ovviamente centrali e particolarmente significativi nell’ambito delle implicazioni della mindfulness e dei suoi benefici.

Vogliamo sottolineare con questo come lo stress (ed il suo impatto sulla mente e sul corpo) induca risposte automatiche e stereotipate, tutt’altro che funzionali ai processi intuitivi che un lavoro sull’Intelligenza Intuitiva vuole far emergere e rendere più ricchi e familiari, quindi fruibili per la nostra prosperità. Una mente stressata è una mente emotiva chiusa e irrigidita nei suoi meccanismi automatici, una mente tendente al rimuginio o alla ruminazione, preoccupata o impaurita sostanzialmente, scarsamente chiara e presente a se stessa, affatto consapevole ed aperta alle possibilità. Un corpo e una mente impegnati a far fronte ai loro malesseri sono poco attenti ai segnali interni e si ascoltano poco.

"Molte persone si trovano bloccate in uno stato che i neurobiologi chiamano “spossatezza” caratterizzato da un continuo stress che sovraccarica il loro sistema nervoso con continue scariche di cortisolo e adrenalina” (D. Goleman, Focus”, BUR, 2014), occorre conoscere bene lo stress ed il suo impatto sulla nostra vita e le nostre attività per adottare contromisure e riattivare le nostre risorse interne “bloccate”. Riteniamo perciò utile, anche a scopo divulgativo, presentarvi una sintesi fedele della trattazione della dott.ssa Gardi, che ringraziamo, perché è ciò che ci sentiamo di condividere.

Buona lettura!

Lo stress è un’esperienza personale costante e comune a tutti, infatti tutti noi conosciamo la sensazione di sentirci sotto pressione, più irritabili, tesi, aggressivi o depressi, sempre in ritardo rispetto alle cose che vorremmo o dovremmo fare. Tutto ciò ha un impatto negativo sulla nostra vita, sulle relazioni, sul lavoro, fa insorgere difficoltà con i colleghi, con i capi ripercuotendosi negativamente sulla nostra salute, infatti possiamo sviluppare disturbi di vario genere: mal di testa, mal di stomaco, insonnia, malattie cardiovascolari, problemi digestivi, malattie della pelle, disturbi alimentari e così via.

Per primo Hans Seyle, nel 1936, lo definì: “una risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso” e chiamò stressor gli stimoli che fanno perdere l’omeostasi interna e che possono essere di varia natura: fisici (caldo, freddo, fatica, sonno…), oppure mentali, sociali, relazionali. La risposta allo stressor dipende dalla percezione che ciascun individuo ne ha ed ognuno può reagire in modo diverso alla stessa fonte di stress, anche in relazione alle risorse interne possedute ed alla capacità di resilienza. E’ anche vero che se c'è poco stress nella nostra vita le cose non funzionano lo stesso, perché abbiamo bisogno di stimoli e cambiamento. Nello sport succede che maggiore è l’intensità dello stimolo e migliore è la performance. Questo è il principio dell’allenamento degli atleti. Ma quando si supera una certa soglia personale, il corpo non riesce più ad adattarsi e la curva della performance precipita, con conseguente stress, fatica, ansia, attacchi di panico e quello che in ambiente di lavoro viene definito il burn-out.

Importante è quindi la distinzione tra uno stress buono ed uno cattivo, continua la dott.ssa Gardi: il primo è definito eustress ed è quello che la persona sente di poter gestire perché stimolante. Il secondo (stress cattivo o distress) è quando ci si sente sopraffatti dalla situazione, in pericolo, minacciati e senza più il controllo della situazione.

La malattia rappresenta spesso la risposta del nostro corpo a tali condizioni di distress. Di fronte a una situazione stressante si attivano dei meccanismi complessi, in particolare nel nostro cervello scatta il sistema ipotalamo-ipofisi-surrene che porta ad un rilascio a cascata di ormoni detti dello stress, tra cui il cortisolo che, pur avendo una funzione positiva, se tenuto a livelli elevati troppo a lungo, diviene proinfiammatorio e causa stress ossidativo nelle cellule. Si avrà accumulo di grassi, insulina alta ed insorgere di malattie. Questa attivazione stimola il lavoro del Sistema Nervoso Simpatico ed il rilascio di mediatori, in particolare l’adrenalina e la noradrenalina. Queste sostanze si riversano nel sistema circolatorio e tutto questo si traduce nella risposta automatica allo stress del fight or flight (combatti o fuggi): è così che reagiamo quando ci troviamo in pericolo di vita. In tali casi si ha un aumento della frequenza cardiaca, della pressione del sangue ed il cervello viene attivato perché occorre pensare e prendere decisioni velocemente. Per contro, vengono disattivati altri sistemi periferici che non servono in quel momento, quali ad esempio quello della digestione. Negli esseri umani la risposta allo stress si attiva non solo al momento del pericolo, ma anche prima, in forma anticipatoria, oppure dopo che si è verificato l’effetto stressante, specchio della capacità della mente umana di stare perennemente o nel passato o nel futuro e mai nel momento presente. Questa mente è chiamata mind-wandering o mente vagante e attiva una regione cerebrale detta Default Mode Network. A ciò si aggiunge che, mentre per i nostri antenati lo stimolo di stress era prevalentemente fisico, per l’uomo moderno la maggior parte degli stimoli sono di tipo mentale, emozionale, sociale e sono presenti in modo continuo nella vita. Nell’epoca moderna succede anche che stimoli non pericolosi vengono percepiti come tali e spesso non viene attuata la risposta combatti e fuggi né strategie di coping efficaci, cioè modi funzionali di rispondere allo stress. Ne è un esempio il fatto che spesso le persone stressate adottano stili di vita poco salutari, quali mangiare troppo e male, fumare, bere, assumere stimolanti o tranquillanti in dosi eccessive. Di fatto lo stress negativo dipende soprattutto dalla nostra reattività. La consapevolezza ci aiuta a percepire lo stimolo e a cogliere le nostre risposte automatiche, a comprendere che tra lo stimolo e la risposta c'è uno spazio e una possibilità di scelta. Qui si inserisce la mindfulness definita come: “Una particolare forma di attenzione intenzionale, momento dopo momento, con un'attitudine non giudicante”. Partecipanti a programmi di MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) testimoniano una serie di effetti positivi: maggiore calma e rilassamento, minori tensioni ed emicranie, migliore gestione del dolore fisico, maggiore capacità di relazionarsi con le emozioni e di stare con le sensazioni corporee, diminuzione dell’ansia, aumento della concentrazione e minore stress. Questi report soggettivi sono convalidati da articoli scientifici che provano l’efficacia della mindfulness sullo stress e sull’attivazione di aree cerebrali (grazie alla neuroplasticità del cervello ovvero alla capacità del cervello di trasformarsi) connesse alla consapevolezza di sé, alla regolazione emotiva , all’attenzione, alla concentrazione, diminuendo così l’azione della mente vagante.

Dal punto di vista biochimico, seppure gli studi siano ai primi passi, sappiamo che la mindfulness è in grado di abbassare il livello di cortisolo e di migliorare alcuni parametri della funzione immunitaria, inoltre, dati relativi a soggetti che hanno fatto un corso intensivo di 8 settimane dimostrano un abbassamento di alcuni parametri dello stress ossidativo delle cellule.

La mindfulness non rappresenta certo la risposta a tutti i problemi, conclude la Gardi, ma è un modo di relazionarsi a questi in modo diverso, più stabile, con una mente più lucida, allenandoci a tornare sul qui ed ora e riportandoci all’esperienza che stiamo vivendo. Non annulla i pensieri, ma ci insegna a relazionarci ad essi in modo diverso, così agli eventi della nostra vita, siano essi piacevoli o spiacevoli, per come sono. Introduce quindi un spazio di consapevolezza tra lo stimolo e la risposta automatica. Per ottenere questo ci vuole tanta pratica da trasferire nella vita quotidiana. Quindi, conclude: “senza pratica non c’è mindfulness!” …ed è un invito che facciamo anche nostro.

Appuntamento al prossimo post dal Congresso e buona pratica a tutti!

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